Pasticcio ligure

Notizia delle ultime ore è il ritiro della candidatura di Pagano e la presentazione di una nuova lista civica chiamata “La Buona onda”. In Liguria il cerchio non si chiude, ma addirittura si allarga.

La Buona onda si aggiunge all’elenco delle liste e schieramenti alternativi alla Paita (solo contro di lei, ndr) che si configurano in Rete a Sinistra e l’Altra Liguria con la partecipazione del gruppo di San Torpete. I primi propongono come candidato Pastorino, ex PD e civatiano orfano di Civati, e comprendono il gruppo genovese di Sel, i cofferatiani, la lista Doria e qualche altra associazione; l’Altra Liguria, in cui è confluito il gruppo di San Torpete di don Paolo Farinella, perde quindi Pagano (dopo vari buchi nell’acqua) e accoglie esponenti di Prc, Pdci e Verdi.

Qualcuno potrebbe dire: “la solita sinistra”. Come biasimarli?

Solo per definire l’alternativa alla Paita ci vuole una discreta pazienza. 

Dopo essersi affannati a definirsi “la versione italiana di Podemos/ di Syriza” e aver ceffato clamorosamente tempistiche e dialettica, dopo le liti, i fraintendimenti, i programmi che non mettono d’accordo tutti e le gaffe via mail queste due alternative, molto simili tra di loro per ideali, ci rivelano che di rivoluzionario in Liguria c’è ben poco. Forse nulla.

La battaglia “Tutti contro il PD” suona come una vendetta dai colori rosso antico, mentre l’idea di “alternativa a tutti” sarebbe comunque copyright del Movimento 5 Stelle che sta conducendo una silenziosa campagna elettorale sul territorio.

La domanda è se tutte queste correnti riusciranno a mettersi d’accordo e trovando un nome condiviso (anche nelle mail private) oppure rimarranno due entità distinte che trovano piacere a sfidarsi a distanza, ad avere un nemico in comune e che si rubano i voti a vicenda.

Se davvero la Liguria sarà un banco di prova per la scena nazionale, le premesse sono sconfortanti.

Qualcuno dirà (e dice sognante): “Anche Podemos e Syriza sono partiti da un risultato che non superava il 5%”. Questo è assolutamente vero, ma bisogna ricordare che:

l’Italia, e la Liguria in particolare, non è la Spagna e tantomeno la Grecia; 

La sinistra non ha, e probabilmente mai avrà, un leader come Tsipras e Iglesias;

Tsipras si è discostato dal partito comunista KKE;

Podemos nasce come partito contro la “casta”, i privilegi della classe politica e la corruzione, tutte battaglie perse dalle meteore di sinistra nostrane;

Viviamo in un Paese di vecchi (non anagraficamente parlando).

Ebbene queste “alternative” lottano per captare i non-votanti, ma pare che il risultato vada in un’altra direzione: questa frammentazione favorisce la Paita, già in volata, aiutata ancor di più dal rallentamento, per non dire lasciapassare, di Rixi e dal silenzio 5 Stelle.

Partiti civetta, liti condominiali, rottamati e rieccoli, carrieristi, finti moralisti, demagoghi, palazzinari, egocentriche comparse e teneri illusi: questi sono gli ingredienti del pasticcio ligure. Mescolare il tutto e riporre in forno fino alle elezioni di maggio. Servire caldo e non esagerare con le portate: può provocare fastidiosi reflussi gastrici.

  

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AntConc: uno strumento particolarmente utile per tradurre in attiva

Traduzioni e Interpretariato - Sabina Brusemini

Dall’università al mercato della traduzione

Ricordo bene come molti dei docenti di traduzione di cui ho seguito i corsi all’università rimanessero di stucco di fronte all’idea di qualche studente di cimentarsi a tradurre verso la lingua straniera. Peccato però che l’università sia un tantino distante dal mercato della traduzione, in cui di fatto c’è – purtroppo o per fortuna – sempre più richiesta di traduzioni attive, spesso con terminologia tecnica.

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Ucraina: è guerra

L’escalation di violenza degli ultimi giorni ha raggiunto il suo picco nell’est dell’Ucraina. Prima di continuare a scrivere un giudizio più oggettivo possibile, mi piacerebbe sottolineare che parliamo di un territorio facente parte dell’Ucraina.
Dall’aprile del 2014 sono morte quasi 5000 persone, per la maggior parte civili. Lo scontro tira in ballo diversi protagonisti a seconda della posizione:
1. L’Ucraina dell’est: il campo di battaglia;
2. I separatisti filorussi: uomini armati che chiedono l’indipendenza dall’Ucraina dei territori dell’est, sostenendo il golpe avvenuto dopo le proteste di piazza Maidan e dei fascisti (infiltrati, ndr) di svoboda. Questi ribelli vengono “sostenuti” o quantomeno riforniti di armi dall’esercito russo;
3. Gli estremisti di destra ucraini: si parla di loro per essersi infiltrati nelle proteste di febbraio, della loro presenza in Parlamento (pravi sektor e svoboda raccolgono il 5,8%) e per la lotta contro i ribelli filorussi;
4. I nazionalisti ucraini: confusi dalla maggior parte delle persone con i fascisti, combattono per l’indipendenza del territorio ucraino invaso.
5. La Nato, gli USA e l’Europa: cercano di gestire la situazione dall’esterno e per i complottisti sono la causa del conflitto perché si vogliono spartire l’ennesima vittima strategica.

Manca una categoria a cui non si deve dare un numero: i civili. Loro, combattono ogni giorno per la vita o per un ideale. Se sei a Donetsk rischi la pelle, se sei a Kiev ti indigni per il trattamento che sta subendo la tua terra e la tua gente.
Io sono nato a Dnepropetrovsk, splendida città sul fiume Dnepr, ma l’ho vista in foto perché non me la ricordo. Dalla rivoluzione di piazza Maidan mi sono sentito meglio: un farabutto è stato cacciato a calci dal popolo, ma quello che è successo dopo mi ha fatto male. Il nuovo Governo si è imbattuto in una situazione paradossale: la rivendicazione nazionalista (come risposta o causa, giudicate voi) e l’insorgere dei ribelli nell’est ha segnato la storia di quella che adesso si può chiamare guerra.
Ecco due domande che meritano un ragionamento:

Come si fa a dire che la colpa è tutta degli ucraini o di Poroshenko? C’era e c’è un invasore in casa che non è disposto a discutere e basa la sua violenza su pretesti storici (eri mio) e linguistici (parli la mia lingua) che non giustificano questa azione e su leggi “anti-russofoni” mai entrate in vigore (l’idea è stata abbandonata subito al contrario della rivendicazione nazionalista del territorio, particolare che contraddistingue storicamente l’Ucraina e i suoi abitanti). Prima dell’inizio di una vera e propria guerra civile nessuno in Ucraina voleva lo scontro. I morti di Volnovaha, Lugansk, Slaviansk, Donetsk e di tutti i luoghi che sentiamo ogni giorno nessuno li voleva. Con quale criterio e con quale scopo si è deciso di invadere letteralmente un territorio?
Si può dire e pensare tutto, ma non che la protesta di EuroMaidan fosse violenta: scoppiò l’inferno dopo la morte di 14 civili in seguito all’intervento delle forze speciali dei Berkut i quali trovarono conforto e cittadinanza in Russia (con tanto di cerimonia con Putin in persona).

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Come si fa a dire che la colpa è tutta dei russi o di Putin? In questi giorni l’esercito ucraino ha portato a termine una grande controffensiva per liberare il distrutto aeroporto di Donetsk dalla stretta dei ribelli, ma ha distrutto case e ucciso civili che ora vivono nella paura e, nonostante fieri di essere ucraini, non capiscono e non condividono questi risultati, queste sofferenze. Stanno perdendo la fiducia, chiedono una soluzione pacifica, mentre altri (per gli stessi motivi) nutrono un odio sempre crescente verso i ribelli e tutti i russi.

Le teorie del complotto le lascio ad Adam Kadmon e alle “prove schiaccianti” su YouTube.

Dopo la morte di 12 ucraini a Volnovaha a seguito di un vile attentato terroristico e dei caduti nella lunga battaglia all’aeroporto di Donetsk, il tavolo di discussione a Minsk è saltato. Le tregue vengono continuamente violate, la pace sembra una chimera e la discussione continua, ma quest’ultima dai nostri divani, dalle nostre scrivanie, nei Palazzi, nelle tavole rotonde e nei summit, lontano dai conflitti, dalle guerre e dalla gente.

Aggiornamento:

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Aspettiamo e speriamo.

I veri codardi

La tragedia francese di Charlie Hebdo ha scosso il mondo, ha indignato, ha spaventato e, purtroppo, ha mostrato un lato umano di alcune persone che avremmo evitato volentieri, magari in un rispettoso silenzio.

Il tema più scottante è il pericolo rappresentato dai terroristi e dai fondementalisti. A tutto questo si aggiunge una terribile ignoranza che accomuna, in un grande pentolone di paura e chiusura ideologica, tutto il mondo islamico con gli estremisti dell’IS e di Al-Quaida. Un terrorista macchia miliardi di persone di una colpa che, fino a prova contraria, non hanno e un giudizio affrettato li bolla come esseri pericolosi, violenti per natura e istigati dal Corano. Una simile situazione avveniva più di cento anni fa, quando molte comunità venivano considerate come “barbare, violente e ignoranti”. Stiamo tornando indietro, non riusciamo ad evolvere il nostro pensiero e giudizio sul “diverso”. Si fa prima a dare etichette piuttosto che cercare di capire e trovare un punto d’incontro. Provate a spiegare a un bambino che il loro amico è pericoloso soltanto perché ha origini diverse.

E poi ci sono i moralisti, i fancazzisti del ragionamento, coloro che devono a tutti i costi distinguersi dal gregge. C’è chi proclama un “io non sono Charlie” citando la posizione dell’Italia nella classifica sulla libertà di stampa e perché nessuno di noi ha coraggio. Coraggio di fare cosa?
Per questo non possiamo indignarci, non possiamo dire “Je suis Charlie” perché significa essere ipocriti, perché non siamo, e non saremo mai, Charlie. E a scrivere questi pensieri sono i nostri “comici”, i nostri “giornalisti” e “vignettisti”. Lo scrivo tra virgolette perché non lo sono mai stati, standosene al sicuro dietro il muro delle ovvietà, delle critiche aprioristiche, delle battute da bar e della satira che non graffia, che non solleva un dubbio, che ha paura di determinati argomenti, che non è satira.
Queste persone ci ricordano che nessuno è Charlie perché in Italia abbiamo i 10 comandamenti di Benigni e non quelli di George Carlin, che non abbiamo mai avuto il coraggio di esporre le nostre idee per la paura di morire, dimenticando di nominare eroi come Peppino Impastato o Falcone e Borsellino tanto per fare dei nomi. Queste stesse persone continuano con i loro facili moralismi sostenendo tra le righe una semplice logica: se nella mia vita non ho concluso un bel niente, allora non l’ha fatto nessuno. Tanto siamo in Italia e va bene tutto, anche le cazzate.

Bisogna smetterla con questa bassa considerazione di noi e di tutti gli italiani: vedere solo il marcio non ci porta da nessuna parte. E chi ama lamentarsi almeno abbia il coraggio di esporsi nella sua vita, di essere Charlie almeno per un giorno, di essere costruttivo, oppure taccia: non vogliamo consigli, direttive e insulti dai codardi della cultura del nostro Paese.
Abbiamo troppi problemi e troppe insicurezze per prendere lezioni di vita da chi cova invidia e rancore.
Io sono libero di dire “Je suis Charlie” perché mi unisco al dolore dei francesi e dei famigliari delle vittime, perché difendo la libertà di espressione in tutte le sue forme, perché condanno tutti coloro che ci privano di qualsiasi tipo di libertà, anche se non ho mai compiuto un gesto eroico.
JE SUIS CHARLIE e non accetto lezioni dai codardi che amano sputtanare tutto e tutti per sentirsi più cool.
Solo un popolo unito e coeso supera ogni difficoltà: l’odio, i preconcetti e le spaccature della società ci rendono vulnerabili nonché ignoranti.

Je suis Charlie

La liberté sera toujours plus forte que la barbarie. Notre meilleure arme, c’est notre unité.
Hollande

Ma davvero questa è Movida?

I vicoli del centro storico di Genova affascinano i genovesi quanto i foresti e hanno molto da raccontare. Il fulcro della città ha vissuto un grande cambiamento negli ultimi anni, soprattutto per quanto riguarda la vita notturna. Sembrano ormai lontani anni luce i tempi del gioco d’azzardo nelle osterie e delle case chiuse prima, dei salotti di conversazione, del valzer e dei teatri dopo. Oggi, fatto salvo poche eccezioni, si definisce con la spagnoleggiante movida lo sballo low-cost della tequila a 1€, dei cocktail quasi regalati, dei market aperti di notte per vendere bottiglie di superalcolici e birra, delle droghe vendute liberamente ad ogni angolo, delle cantine diventate discoteche stracolme di giovani strafatti, delle viuzze pericolose dove ogni fine settimana avviene un’aggressione o un pestaggio. È successo proprio oggi.
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Succede in tutte le città del mondo? Forse si, ma qui a Genova si sta distruggendo il fascino e la storia dei carruggi.

Molti giovani (e non solo) preferiscono una serata tranquilla, per non dire normale, facendo aperitivo in Piazza delle Erbe, chiaccherando alla Locanda con un sottofondo di musica rock, sostando fuori dal Bar degli Asinelli di Adriano e Marchesa e sorseggiando il famoso vino di Coronata condito con una scorza di limone tra una risata e l’altra, bevendo della buona birra artigianale al Fitz, accompagnando una deliziosa bruschetta al pesto con un gotto ai Troeggi, cercando la soluzione ai vari rompicapi del Piccolo Mondo di Stavros oppure provando l’assenzio nello storico locale (ai tempi bordello) de La Lepre.

I locali sopracitati, neanche a dirlo, sono frequentati da uomini e donne, ragazzi e ragazze normalissimi, desiderosi di rilassarsi, discutere del più o del meno e di incontrare gli amici, viste anche le poche alternative degne di nota.
Anche in Piazza delle Erbe e lungo via di S. Bernardo ci sono persone “in bolla” che bevono qualche “colpo” e “shottino” alla Goccia o al Moretti, ma sembrano sempre più delle pecore nere.
La moda dei minorenni e degli animali (del sabato sera) è di ritrovarsi a “deffe” magari già bevuti, superare le Erbe ed iniziare il tour dello shot a 1€ in dei fatiscenti locali con della terribile musica a tutto volume e luci stroboscopiche, gestiti da ragazzi indiani. Non ho assolutamente nulla da ridire sulla nazionalità dei gestori della “Tequileria low-cost”, del market, o del paninaro, ma critico la totale assenza di qualsivoglia accortezza nell’igiene o nei controlli: i bicchierini da shot, dopo l’uso, vengono “sciacquati” nell’acqua del lavandino riempito e tappato, ammucchiati di lato e pronti per essere riutilizzati dalla seguente carovana di ubriaconi, i bagni sembrano il luogo di un crimine, i panini sono accatastati come reliquie nella vetrina del bancone mentre una miriade di mosche vi danza felice, e la nota più dolente della vendita di qualsiasi alcolico, persino in bottiglia, a ragazzini evidentemente minorenni.
Il tour finisce qua per una buona parte di adolescenti che non riescono a sopportare alti quantitativi di pessimi alcolici da discount (il prezzo delle bottiglie utilizzate nella preparazione degli shot non supera i 3-4€). Gli audaci che vogliono continuare possono scegliere qualsiasi vicolo per trovare altri locali che servono superalcolici oppure optare per lo sballo delle droghe “leggere” contenenti chissà quale schifezza. Queste possono essere comprate facilmente dai pusher, nemmeno troppo preoccupati a nascondersi, in ogni zona dei vicoli, persino nell’affollatissima Piazza di San Bernardo antistante il Moretti: uno spettacolo imbarazzante se si pensa ai tantissimi agenti presenti in Piazza Matteotti distante soli 230 metri.
Una buona parte di questi giovani in preda allo spleen moderno si riversa, a ridosso dell’orario di chiusura di molti locali fissato alle 2, nelle “discoteche” aperte a tutti (anche per chi si vuole solo divertire) come il Tao in piazza Dante o i vari 261, 262 e Quaalude (una tessera ARCI per entrare) nei pressi di Piazza di Sarzano.

Non si vuole fare di tutta l’erba un fascio, di accomunare taluni locali alla delinquenza o all’illegalità, ma finché l’alcool sarà venduto a chiunque (pochi sono i locali che chiedono documenti nel dubbio, come la Goccia o il Moretti) e non verrà fatta una selezione e controllo delle bande dalla rissa facile, non solo non cambierà nulla, ma i vicoli saranno un postaccio da evitare dopo una certa ora.
La delinquenza va estirpata sul nascere per evitare che il centro storico diventi pericoloso e sia palcoscenico di facili aggressioni diventando la più negativa delle pubblicità per la città, nonostante tutti gli sforzi che si stanno compiendo per riportare il turismo nella Superba.

La Movida madrileña fu un movimento sociale ed artistico che partì da Madrid, in puerta del Sol, alla fine della dittatura di Francisco Franco, durante i primi anni della Transizione spagnola e che durò per tutti gli anni ottanta e oltre, toccando molte altre città della Spagna.
La Movida faceva riferimento ad ideologie libertarie di sinistra ed ebbe il suo primo centro nella rivista La Luna. Esponenti di tale movimento furono, tra gli altri, Joaquín Sabina (musica), Alberto García Alix (fotografia), Pedro Almodóvar (cinema).

Per la pace in Ucraina sventola una bandiera dal Pilone sullo Stretto

L'ORA SIAMO NOI

Siamo nel borgo di Santa Trada, comune di Villa San Giovanni. Sono le ventidue e la sera cede il passo alla notte. Un’automobile intraprende a fari spenti una tortuosa salita. Quattro individui agiscono con circospezione, sono lì per adempiere ad una missione, decisi ad assolvere al loro dovere, un dovere imposto dalle loro coscienza. L’auto arriva a destinazione, il motore resta accesso mentre i passeggeri scendono dal veicolo, scavalcano una recinzione e prendono posizione lì, alla base del Pilone a guardia sullo Stretto. Sono silenziose queste persone.

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Ancora una volta in ginocchio

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La Liguria, come la Toscana, è nuovamente in ginocchio. Le cause, neanche a dirlo, sono alluvioni, frane, smottamenti e criticità varie che ci mostrano quanto questa regione sia fragile e abbandonata. Vederla così fa male al cuore.
L’unica domanda che viene spontanea, oltre ad una ormai giustificata rabbia e frustrazione, è questa: cosa è stato fatto in questi anni per il territorio?
A vedere i risultati, i battibecchi, le indagini, le vite umane perse, niente.
Siamo nell’era della modernità, delle tecnologie e dell’innovazione. Forse.
Perché questo non vale nelle terre in cui si governa senza coraggio e buon senso, dove si ha paura delle responsabilità, dove le poltrone sono più ghiotte e importanti di qualsiasi altra cosa, dove “il territorio non paga a livello elettorale”, dove “la colpa di tale opera/disgrazia non è mia”, dove l’immobilità va bene, dove la crisi è una scusante che vale sempre, dove “la burocrazia blocca tutto” tranne il giro delle mazzette, dove tutti fanno ricorso e denunciano gli altri infischiandosene dei risultati, dove si punta su opere ed esposizioni fuori portata invece di fare una manifestazione pluriennale di cura, messa in sicurezza e valorizzazione del nostro territorio, il più bello e, allo stesso tempo, il più fragile del mondo, dove “i politici sono tutti corrotti” mentre non abbiamo idea di chi sia il Presidente del Consiglio, dove ci si lamenta di qualsiasi cosa e di niente.

Mentre in alcuni Paesi si costruiscono edifici, tunnel, ponti e trasporti futuristici in tempi record, noi nello stesso lasso di tempo facciamo fatica a costruirne 1 di km e a far pagare il biglietto negli autobus del dopoguerra. Figuriamoci a rendere sicuro il Paese in cui viviamo dove le istituzioni non sanno da che parte sbattere la testa mentre alcuni “cittadini” usano i fiumi come pattumiere a cielo aperto considerandole adatte a smaltire una lavatrice o l’immondizia.
Perché?
Le risposte che sentiamo sono le solite: crisi, mancanza di fondi, non sta bene a tizio, non sta bene a caio, sempronio gestisce una lobby, burocrazia, è colpa di X, è colpa degli Y e chi più ne ha più ne metta.

Abbiamo bisogno di cambiare rotta, di prendere coscienza di ciò che facciamo, di elevarci culturalmente, di unirci non solo dopo le tragedie, di denunciare le ingiustizie senza paura, di essere onesti e di essere coraggiosi, di valorizzare i meritevoli e tacciare, emarginare e punire i truffaldini.
Ma, forse, questo non basterà o, semplicemente, non accadrà.

Sono vicino alla gente colpita da queste disgrazie degli ultimi giorni, in Liguria ed in Toscana. Forza ragazzi!

Genova deve ripartire dalle persone che la amano

Genova è stata colpita per l’ennesima volta da un’alluvione che si poteva evitare e, per l’ennesima volta, ha dovuto subire le promesse del “faremo in modo che non accadrà più” e l’impreparazione seguita dalla mancanza di buon senso dei dirigenti di questa splendida città.
La timeline degli eventi è nota a tutti, lo sono meno le responsabilità: Regione, Comune, Governo, TAR, Arpal, Protezione Civile non riescono ad uscire dal labirinto delle frasi fatte, delle promesse e dello scaricabarile. Nessuno in questa tragica vicenda ha avuto il coraggio di pronunciare la frase che i cittadini feriti volevano sentire: “La colpa è di tutti, sistema o non sistema, ognuno poteva fare qualcosa per evitare, o ridurre, i danni materiali e psicologici che sono stati causati dall’alluvione”. Non ci si è nemmeno avvicinati alle scuse, si è preferito indicare quante e quali colpe non erano attribuibili ai singoli soggetti dell’amministrazione locale e regionale.
Parlare di cifre a questo punto, può risultare utile solamente ai fini dei progetti che andranno sbloccati, dei negozianti da risarcire, mentre la ferita resta aperta, come l’incertezza del futuro: molte persone hanno subito 3 alluvioni e non hanno la forza per continuare, hanno perso tutto, compresa la speranza. Molte persone non hanno visto un centesimo degli aiuti promessi nel 2011 e non possono più pensare di ripartire, perchè i soldi non ci sono e la fiducia nelle isitituzioni non c’è più.
Il discorso va oltre la burocrazia, diventata capro espiatorio per un malfunzionamento dei vari sistemi, della coordinazione, della tecnologia, della prontezza d’intervento, dell’informazione e del coraggio. Coraggio di esporsi per proteggere la propria popolazione, coraggio nel vedere e analizzare la realtà coi propri occhi senza basarsi sui modelli matematici, fallimentari in più occasioni, perchè il meteo non è scienza esatta. Ma la matematica dei numeri del bilancio è scienza esatta, e quando questa evidenzia una mancanza di fondi, subentra il coraggio di gridare al mondo che la propria città ha bisogno di aiuto, economico e politico, per essere sicura, vivibile e florida.
Possiamo trovare colpe nel Sindaco Doria che non ha avuto il coraggio di denunciare (insieme a Burlando) i lavori bloccati urlandolo all’Italia intera, che non ha cercato di superare la Regione e la Protezione Civile per mandare l’Allerta 2 in tempo, nei vari TAR che (non) hanno gestito i ricorsi della messa in opera dei lavori, nei Governi e nelle Amministrazioni che hanno dimenticato il territorio per concentrarsi su opere inutili e costose, ma finiremmo per non uscire da un loop senza via d’uscita.
Hanno fallito tutti e si è sentita la mancanza dello Stato nei giorni seguenti l’alluvione, mentre i volontari (di cui facevo orgogliosamente parte) rialzavano in piedi la città con i propri guanti, le proprie pale ed un sentimento univoco di aiuto reciproco, escludendo da questo la politica, le fazioni, i contrasti, tutto. L’acqua ed il cibo sono stati offerti dai negozianti (colpiti e non) e dai privati: il Comune non l’ha fatto, il Governo nemmeno. L’informazione è stata data ai liguri, in tempo reale 24/24, da un’emittente privata che si chiama Primocanale, la quale redazione ha svolto un lavoro egregio con tutti i suoi inviati e giornalisti di grande spessore e umanità come Luigi Leone, Nur El Gawohary, Francesca Baraghini, Dario Vassallo e Andrea Scuderi. L’informazione è stata assicurata anche sui social, oltre ai suddetti giornalisti, da persone meravigliose come @Mitì_Vigliero, @insopportabile, @alecavo e dalle pagine Facebook di “Tutti quelli che amano Genova” e “Angeli col fango sulle magliette” in grado di coordinare ed aiutare lo splendido lavoro dei volontari. L’esercito è arrivato, con leggero ritardo, e ha fatto del suo meglio, ma anche qui non si percepiva lo Stato. Il genovese Grillo è arrivato con 5 giorni di ritardo e non è stato accolto come lui sperava: adesso non c’è più spazio per la politica, per le urla, per i messaggi, per i comizi, per la propaganda, per le televisioni, servono buon senso, fiducia nel prossimo e nell’altro, sicurezze, protezione e assistenza.

Genova è stata ferita più volte dalla cattiva gestione, dal menefreghismo, dalla superficialità, dalla burocrazia negativa, dal malgoverno e dalla mancanza di umanità e tatto di molte persone. Molte di queste pagheranno, molte no, ma Genova può contare su di un esercito di bambini, giovanissimi, adoloscenti, adulti e anziani, genovesi ed extracomunitari, che la sostengono ogni giorno, che non hanno esitato ad aiutarla, a sporcarsi di fango e rifornire di cibo, acqua e strumenti i bisognosi. Ed è proprio da queste persone che bisogna ripartire, aldilà di qualsiasi retorica e demagogia.

Ripartire? Si può (e si deve).

Sono stato accolto da un Paese meraviglioso, forgiato nel tempo dalla cultura e dall’arte, dalle battaglie degli eroi e dalla fatica e del sudore della gente comune.
Ma qualcosa negli ultimi anni ha cambiato il senso comune di società, diritti, doveri, fiducia e benessere.
Non si può, e non si deve, imputare tutti i problemi che sta attraversando l’Italia alla crisi economica che si è propagata nei cosiddetti Paesi industrializzati ormai plasmati dal terziario delle nuove tecnologie.

Il crollo delle certezze economiche e politiche del capitalismo e della mobilità del lavoratore ci ha portati vicini al baratro: il Paese sembra disunito, sfiduciato e timoroso del futuro che risulta sempre più speventoso.
Ma la vera involuzione ha molte più cause: la sempre piu debole coesione sociale, la mancata diffusione dei valori nobili e fondamentali quali la legalità, il rispetto delle persone e del prossimo, l’impegno e l’apertura verso il nuovo.

La classe dirigente degli ultimi 20 anni ha fallito: non solo nell’illusione di vivere nel benessere per sempre ma soprattutto per aver perso quei valori appena elencati (magari pochi e troppo generici) e per non avere attuato un piano socio-politico-economico ben strutturato di largo respiro.
Non mi soffermo sulla (mancata) politica del berlusconismo perché di positivo non vi e’ nulla: si è creato un mostro che affonda i propri artigli nella cultura e di cui si fatica a liberarsi.

Tanti italiani hanno perso fiducia nelle istituzioni, nella politica e, ancora peggio, verso i compatrioti, molti altri cercano risposte dal Governo in carica e faticano ad essere soddisfatti. Come biasimarli?
Oggigiorno si rischia la vita sul lavoro, si rischia tutto per trovare un lavoro, ci si toglie la vita per la mancanza di lavoro o per essere stati strangolati dai debiti.
Il lavoro ci nobilita, ci permette di avere un ruolo nella società, ci permette di creare una famiglia e di partecipare al futuro dei propri figli. Il lavoro era e sempre sarà il motore di ogni Paese.
Bisogna recuperare i valori che rendono forte una famiglia come una società e bisogna garantire il lavoro, non come variante statistico-economica ma come parte preziosa della vita di ognuno di noi.
Bisogna ridare speranza e opportunità ai giovani come me, aumentare le tutele, garantire mezzi e supporto agli imprenditori meritevoli e onesti, combattere le diseguaglianze e le ingiustizie, anche con le unghie e con i denti.

Può sembrare semplice populismo ma si riparte solo dai valori semplici e nobili come questi, non c’è altra via.
La ressa politica, le semplici promesse, i discorsi vuoti del politichese e le ipotesi non portano a nulla di positivo.

Dopo un cambio di rotta di questo genere si deve puntare sulla meritocrazia per sfruttare il territorio ed i prodotti che ne derivano, i talenti, le industrie, le fabbriche del sapere e della conoscenza, la formazione, le nuove tecnologie, i vecchi mestieri che si rinnovano, il turismo attivo e di esperienza, le piccole imprese autofinanziate ed i colossi che agiscono nel bene della collettività, i vogliosi di mettersi in gioco e di rimboccarsi le maniche.

Io sto finendo gli studi in Traduzione ed Intepretariato, da sempre sogno di poter dare il mio apporto a questo Paese e, dopo aver conquistato faticosamente la cittadinanza italiana, voglio intraprendere il percorso politico per dedicarvi anima e corpo.
Ma ho paura che un sogno possa rimanere tale e che queste semplici parole possano diventare mera utopia.

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